UFO sul Monte Amiata
Il terzo capitolo de Il monte ai piedi del cielo si conclude con un episodio che asseconda la teoria, esposta in uno dei post precedenti, secondo la quale la vicenda terrena di David Lazzaretti andrebbe letta in una chiave fantascientifica. Aldilà del valore puramente semantico del pezzo, è curioso osservare come, alla stregua di altre parti del testo, anche questo brano affondi le proprie radici in un caso di cronaca realmente accaduto nella zona in cui si svolgono i fatti narrati (mi rendo conto che trattandosi di alberi sradicati l’espressione “affondi le proprie radici” assuma contorni alquanto grotteschi
).
L’evento, che scosse l’opinione pubblica portando l’Amiata sotto la luce dei riflettori, risale alla primavera del 2006, quando lungo la strada che da Abbadia S.Salvatore porta alla vetta del Monte Amiata, in una piccolo pianoro nascosto nel bosco, una trentina di faggi di alto fusto furono trovati abbattuti; divelti dal terreno in modo singolare: disposti tutti nella stessa direzione, con zolle alle radici anche di tre metri e le foglie ancora attaccate ai rami.
Per spiegare lo strano fenomeno fu tirato in ballo il clima (una tromba d’aria), l’areonatutica (il bang sonico di un jet militare di passaggio) e, naturalmente, gli alieni (un inedito Tree Circle, anziché i soliti, inflazionati, ormai banali Crop Circles
).


Eppure, nonostante la puntuale comparsa in loco di rappresentanti dell’esercito lasciasse ben sperare i seguaci di X-Files, nessuna delle interpretazioni fornite è risultata del tutto convincente. Così ho pensato bene di offrire la mia versione dei fatti, affidando tuttavia la responsabilità dell’esposizione ai due uomini vestiti di nero, per evitare guai…
“I tre uomini parcheggiano la jeep a poca distanza dalla strada sterrata, poi proseguono a piedi.
Il sentiero s’inoltra nel bosco attraverso una selva di faggi slanciati e la luce della luna rischiara le tenebre, proiettando lunghe ombre oblique sul manto di foglie rinsecchite. Procedono lentamente, in un timido tentativo di fila indiana, verso una zona del faggeto conosciuta come la Spianata. L’uomo che conduce la piccola processione ha con sé una lampada a gas e impugna un affilato machete per farsi largo nel buio della notte e nel folto della vegetazione. Gli uomini che lo seguono indossano neri giacconi di cordura e tengono in mano delle grosse torce elettriche; sulle spalle portano voluminosi zaini da trekking che ne rallentano l’andatura. Appeso al collo del più alto dei due, un ingombrante apparecchio fotografico oscilla come un pendolo ad ogni passo dell’uomo.
L’improvviso verso di un gufo scatena un’istintiva caccia al colpevole che, nell’intrico di fronde, diventa un inatteso spettacolo luminoso, grazie ai fasci di luce delle due potenti torce e a quelli di nervi dei rispettivi proprietari.
Poi la marcia riprende e il bosco, nella sua infinita saggezza, rimane lì a guardare.
I tre si addentrano in una pinetina così compatta che gli alberi sembrano cucire addosso agli uomini una corazza d’ombra con i propri aghi. Quando sbucano fuori, ad aspettarli c’è un sasso. E’ grande come una piccola chiesa; la facciata della chiesa è affrescata da muschio e carpiccia. Un grosso faggio fa da campanile e il sagrato si affaccia direttamente sullo strapiombo.
– Questo è il sasso dell’Omino Morto – dichiara l’apripista con tono da guida turistica, anticipando la naturale curiosità del suo piccolo gruppo di escursionisti.
– Come mai questo nome? C’è morto qualcuno? – s’informa l’uomo più basso.
– Non che io sappia. Tuttavia state attenti a dove mettete i piedi se non volete inaugurare la tradizione. Il fondo è piuttosto scivoloso in questo tratto.
– Quanto diavolo manca ancora? – Domanda astioso il fotografo, camminando a testa bassa. – Comincio a non poterne più di questa passeggiata al chiar di luna.
– Ci siamo quasi – risponde l’accompagnatore. Poi, in un moto di stizza nei confronti del suo interlocutore, aggiunge: – Non tutti, sapete, hanno la fortuna di arrivarci in astronave.
L’uomo ignora la provocazione, concentrato com’è ad evitare passi falsi e sforzandosi di non guardare troppo verso il precipizio.
La scarpinata procede così silenziosa verso la meta. Tra grovigli di felci attorcigliate e una macchia addormentata di faggi.
Il machete ritaglia un percorso fra gli arbusti imperlati di guazza.
Finché gli alberi, tutt’a un tratto, finiscono e, illuminato dalla luce delle stelle e delle torce, un pianoro grande come un campo di calcio emerge dall’oscurità della notte.
– Capolinea, signori – segnala l’apripista.
La Spianata è una ferita nel bosco. Uno sfregio mai del tutto risanato. Una cicatrice d’erba e terra e pochi resti marci di tronchi abbattuti, al margine di un reale mistero.
Nessuno sa dire cosa sia realmente successo durante quella notte di molte estati prima. Tutto ciò che si sa per certo è che la sera prima gli alberi erano in piedi e la mattina dopo non lo erano più. Furono trovati in terra senza alcuna ragione, giganti sdraiati, sradicati dal suolo, pressoché intatti.
– Proprio come alla Roccaccia – commenta il fotografo sfilandosi lo zaino dalle spalle e appoggiandolo a terra.
– Le analogie sono impressionanti – concorda il compagno mentre rivela, grazie alla pila elettrica, il contorno netto della radura.
Quasi a custodia del segreto, una cornice di grosse piante circonda lo spiazzo. Al suo interno uno spesso tappeto di muschio, punteggiato da sassi affioranti e macchiato di foglie cadute, ricopre il terreno, nascondendo le scarse vestigia di quell’antico tempio della natura. Un colonnato di faggi dai possenti fusti, del quale non rimangono che poche schegge, consumate dal tempo e dalle intemperie.
– Avete delle trombe d’aria ben strane da queste parti, non c’è che dire – osserva il fotografo all’indirizzo dell’uomo che lo ha guidato fin lì.
– Da queste parti abbiamo fatto domanda da poco per avere il vento, mio caro signore. Io vi ho soltanto riportato la spiegazione che viene solitamente fornita; non ho mai detto di crederci. Abito in quest’angolo d’universo da oltre vent’anni e posso dirvi, in tutta onestà, che la manifestazione più vicina ad una tromba d’aria a cui io abbia mai assistito, è stata una scoreggia di Oreste.
– Un’idea se la sarà pur fatta, no? – ribatte l’uomo, estraendo la macchina fotografica dalla custodia.
– Un’idea, dite? – Certo che me la sono fatta!
– Ebbene? – lo incalza l’uomo in nero mentre libera l’obiettivo.
– Ecco, vedete… Io penso che sia coinvolto il governo – afferma quasi sottovoce, come se qualcun altro potesse sentirlo. – Io ero poco più che un ragazzo a quel tempo, ma diverse persone dissero di aver visto alcuni militari ispezionare la zona, subito dopo l’accaduto. Ecco, io dubito che qualcuno si sia preso la briga di disturbare l’esercito per pochi faggi inciampati su qualcosa. Forse si è trattato della sperimentazione di un nuovo tipo di esplosivo, oppure del volo di verifica di un innovativo aeroplano. Questo, con precisione, non lo so.
– Se così fosse si sarebbe dovuto avvertirne il rumore, lo scoppio, la deflagrazione. Non crede?
– Signore, sapete, in realtà quello che credo… Quello che credo è che il rumore lo facessero anche i modelli vecchi – dice la guida e tira fuori un sorriso dal suo volto avvilito.
– Capisco. Permette? – chiede l’uomo, d’un tratto. Poi un lampo di luce fa splendere il bosco e il volto sfinito della guida diventa quello di Raffaello, impresso sulla pellicola.
– Ma cosa diavolo… – Si lamenta il babbo del Toro, frastornato dal flash.
– Non si preoccupi, non la manderemo al governo – ridacchia l’uomo in nero, rivolgendo altrove la sua attenzione di fotografo.
Intanto, l’altro uomo, posata la torcia a terra, tira fuori dallo zaino uno strumento cilindrico dotato di un dispositivo di illuminazione; poi prende a camminare nell’area d’interesse con quel congegno in mano, come un artificiere in mezzo ad un campo minato.
– Che cosa sta facendo? – chiede Raffaello con risentita, scettica curiosità.
– Sta controllando il livello di radioattività ambientale tramite un contatore Geiger. Dopodiché accerterà il grado di emissioni elettromagnetiche mediante un trefield meter – risponde l’uomo senza smettere di scattare foto. Poi aggiunge con naturale ironia: – L’analisi dei valori registrati scagionerà quantomeno la tromba d’aria.
– Vorreste farmi credere che dopo tutto questo tempo potrebbero essere rimaste tracce di una qualche importanza?
– Voi montagnoli – replica l’uomo abbassando la macchina e scuotendo la testa – vi siete mai chiesti come mai non vi sia più cresciuto nient’altro che questi stupidi licheni, in questo luogo? E dove sono gli insetti? Dove sono gli animali? Non vedete che sono scappati tutti? Non sentite anche voi quest’assordante silenzio?
A quelle parole, un brivido attraversa la schiena di Raffaello.
La notte è fredda adesso e il bosco, intorno, sembra trattenere il respiro.
L’uomo in nero riprende allora la parola e dice: – Le risposte, come le ho già detto, vanno cercate nel cielo.
Così, di riflesso, Raffaello alza lo sguardo verso l’alto. Stelle lucenti si affacciano dal cielo terso, disegnando reticoli misteriosi. Proprio in quel momento una meteora solca la volta celeste incendiandola di luce e di fiamme e lasciando tutti con il fiato sospeso.”
Approfondimenti
Alberi sradicati misteriosamente sul monte Amiata
[fonte http://www.youtube.com/]
Alberi sradicati, è psicosi UFO di Fiora Bonelli
[fonte http://www.croponline.org/]
Alberi sradicati da una forza sconosciuta di Daniele Sensi
[fonte http://www.croponline.org/]









